giovedì 13 maggio 2010

Provincia di Siena: contributi per produrre da fonti rinnovabili


La provincia di Siena stanzia risorse per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Privati e aziende che installeranno impianti fotovoltaici nella provincia potranno avere contributi, per il terzo anno, con il contributo anche della Fondazione Mps.

Il fondo è di 300 mila euro in conto capitale finalizzati alla diffusione di questi impianti. Possono partecipare al bando privati (condomini e unità abitative) e piccole e medie imprese per impianti fino a 20 Kwp. Privilegiati i progetti di piccole dimensioni (da 3 a 7 Kwp) che realizzano installazioni integrate con il paesaggio.

In tre anni, grazie all'impegno della Fondazione Mps, si sono impegnati 1 milione di euro che, a sua volta, hanno attivato quasi 9 milioni di euro di investimenti totali, favorendo l’economia locale specie le piccole e medie imprese del settore. Si sono risparmiate circa 330 tonnellate equivalenti di petrolio e l'emissione di oltre 3000 tonnellate equivalenti di CO2. La Provincia precisa che i contributi erogati sono affiancabili agli incentivi nazionali del ''Conto energia'' per l'installazione di impianti per la produzione di energia elettrica da fonte solare, il che consente di ridurre il tempo di ritorno degli investimenti di circa 1,5 anni, da un tempo medio di 9 anni a 7,5 anni. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare ad essere nel 2015 la prima provincia al mondo ad emissione zero di CO2.

Per ogni informazione inerente il bando (che a giorni sarà scaricabile dal sito www.provincia.siena.it) è possibile contattare l'Agenzia provinciale per l'Energia e l'ambiente al numero 0577 241620 ed il Servizio ambiente della provincia di Siena ai numeri 0577 241674 - 241667.

Volterra: contributi per eliminare l’amianto


La Cassa di Risparmio di Volterra ha stanziato un contributo per le aziende che hanno deciso di eliminare l'amianto dalle proprie strutture nell'ottica di tutelare la salute e l'ambiente. Un contributo per le spese delle operazioni delicate che devono essere sempre eseguite da ditte specializzate.
Il fondo a tasso fortemente agevolato, consente ai privati e alle aziende la rimozione e lo smaltimento di amianto o cemento-amianto dalle abitazioni e dalle fabbriche. Per accedere al servizio, prima dell'operazione di rimozione e smaltimento, il richiedente dovrà rivolgersi a ditte autorizzate ed iscritte nell'apposito albo regionale. Al momento l’iniziativa però è l’unica avviata in tutta la regione

Le risorse a disposizione sono fino a un massimo di 30.000 euro per privato, rimborsabile in rate mensili in 5 anni. Per una azienda l'importo massimo finanziabile è di 500.000 euro, rimborsabile fino a 10 anni.Le condizioni economiche ed i tassi sono particolarmente vantaggiosi, per condurre un'operazione di carattere sociale ed al servizio del territorio

lunedì 10 maggio 2010

Firenze: “Fermare lo spettacolo di Fabre"


Passa la mozione che chiede la sospensione, presentata dal centro-destra ma con il sì o l’astensione anche di parte della maggioranza (SeL, IdV e due PD)

Fermate lo spettacolo di Jan Fabre. Gli animali imbalsamati e il canarino diventano un caso politico che divide la sinistra. In consiglio comunale passa la mozione in cui si chiede al sindaco Matteo Renzi di non mandare in scena lo spettacolo. «Another Sleepy Dusty Delta Day» programmato per domani e per il 13 maggio alla Stazione Leopolda di Firenze nel quadro di Fabbrica Europa. Secondo la mozione presentata, bisogna «stigmatizzare il comportamento dell'artista belga nei confronti degli animali».

La maggioranza di centrosinistra è stata battuta 17 a 19, anche per l'astensione di due consiglieri del Pd (Caterina Biti e Maurizio Sguanci) e di uno dell'Idv (Giuseppe Scola). A favore della proposta di Galli anche Eros Cruccolini (Sinistra e Libertà): «Non è una censura al contenuto dello spettacolo, ma al modo in cui si sceglie di rappresentarlo, cioè con animali morti. Fabre poteva usare animali di cartone per esprimere gli stessi concetti».

Fabbrica Europa fa sapere però che «Another Sleepy Dusty Delta Day» resta regolarmente in cartellone e rivendica la propria autonomia culturale."

Singolare la dichiarazione del capogruppo del Pd Bonifazi che dice «si è consumata una brutta pagina per la cultura contemporanea della città». L’Assessore Da Empoli che era assente,con Renzi alla biblioteca delle Oblate, ribatte: «quella mozione è demagogia. Abbiamo ricevuto assicurazioni che gli animali non verranno maltrattati e i canarini riconsegnati al commerciante dopo lo spettacolo». Come a dire, si va avanti, il caso non esiste. Un successo, sebbene parziale, per gli animalisti ed un curioso caso di trasversalità; lo scontro probabilmente continuerà nei prossimi giorni.

giovedì 6 maggio 2010

Firenze: Animalisti contro “l’artista” Fabre

Lunedi' 10 Maggio a Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria dalle 16 in poi, si riunira' il Consiglio comunale per votare la mozione che potrebbe vietare a Fabre di esibirsi.

Esponenti di vari gruppi animalisti (La vera bestia org, Lida, Oipa, Pro Animals, Ceda ) promuovono un presido durante lo svolgimento del consiglio comunale mentre una delegazione sara' dentro Palazzo Vecchio per vigilare che non venga stravolto ad hoc il regolamento comunale vigente per permettere a Fabre di esibirsi nelle sue discutibili performans artistiche.

La notizia è ormai presente su giornali, radio e media e la richiesta è che l'artista non venga fatto esibire. La protesta si ripeterà mercoledì 12 Maggio davanti alla Stazione Leopolda in Viale fratelli Rosselli dalle ore 20 alle 23

Comunicato Stampa delle Associazioni

''Protesta della associazioni animaliste fiorentine contro l 'installazione artistica di Jan Fabre a Fabbrica Europa'' Jan Fabre è un "artista" che a differenza di altri, ha spostato la propria attenzione e creatività in un contesto che non si addice a questo secolo, che - rammentiamo - affonda le proprie radici su etica, moralità e soprattutto sul rispetto della vita. Questa sua tendenza si riscontra nelle varie esposizioni europee, più volte contestate - come per esempio l'installazione tenuta al Palazzo Reale di Bruxelles - dove l'"artista" ha rappresentato le proprie opere tramite l'utilizzo di animali morti (vitelli e renne imbalsamati, cani e gatti appesi a ganci, teste di cigni, soffitti costellati di scarabei). Siamo stanchi di assistere alla strumentalizzazione di esseri senzienti per puro fine di lucro, di vedere animali utilizzati come decorazioni, come semplici oggetti. Ci meravigliamo inoltre che la nostra amministrazione - che ha fondato la propria campagna elettorale sui valori precedentemente indicati - permetta che in una città come Firenze, nota al mondo come la "Culla dell'Arte", si svolga una rappresentazione che con l'arte ha poche affinità. Anche se l'assessorato alla cultura di Firenze garantisce che l'artista non verrà meno alle normative europee vigenti, facciamo presente che verranno esposti volatili costretti in gabbie che potrebbero essere non consone al regolamento comunale in vigore (art. 32, art. 33). Per questo le associazioni LIDA, PRO ANIMALS, OIPA, LAVERABESTIA.ORG e CEDA si sentono chiamate in causa ed esprimono il proprio dissenso per l'attenzione e la disponibilità che questa amministrazione ha riservato al sig. Fabre

i video sulle opere dell’ ” artista “: QUI
su controradio: QUI
i Verdi chiedono conto: QUI

lunedì 3 maggio 2010

OBIETTIVO ZERO

Come sarebbe se tutti quanti camminassimo verso lo Zero?

Vi segnaliamo l'interessante iniziativa che si terrà al VIPER THEATRE di Firenze il 15 maggio 2010.

[dal sito:] OBIETTIVO ZERO é un evento che raccoglie realtà, proposte ed esperienze che vedono nello "zero" un punto di equilibrio positivo cui tendere per risolvere i problemi della contemporaneità. Rifiuti Zero, Km Zero, Zero Digital Divide, Crescita Zero, Profitto Zero, sono i temi di questa giornata evento che tramite esperienza, intrattenimento e informazione coinvolgerà i partecipanti in una riflessione comune sui temi della sostenibilità ambientale e sociale.

Obiettivo Zero é un evento costruito dal basso. Chi desidera può collaborare donando denaro, materiale o lavoro, come potete vedere dalla tag cloud sottostante. Un counter rende sempre visibile quanto manca per raggiungere l'obiettivo economico finale (che per l'appunto é il pareggio di bilancio = lo zero!)

Il programma di Obiettivo Zero copre tutta la giornata di SABATO 15 MAGGIO 2010!






L’ECCEZIONE, L’EMERGENZA, LA PROTEZIONE

Proponiamo l”intervento di Carlo Donolo che riflette sul dopo-terremoto e sulla gestione emergenziale che in questo paese è da molto tempo la sola risposta al dissesto del territorio, cui fa perno in questi anni la politica-spettacolo nell’ansia di mostrare risultati evidenti e visibili anche se poco duraturi e per niente solidi.

IL CRATERE DELLA POLITICA di di Carlo Donolo

[da Lo Straniero n. 118 aprile 2010]

1. Per analogia e in continuità con l’analisi precedente (cfr. “Lo straniero” n. 108) esaminiamo la costruzione politica del post-terremoto, intendendo con ciò i comportamenti politici e istituzionali successivi a emergenze di varia natura, che numerose ci hanno accompagnato in questi mesi. Emergenze – cioè situazioni nelle quali sono richiesti interventi veloci ed efficaci – e catastrofi (naturali, ma abbiamo visto quanto vi pesino interessi più che umani) sono temi per politiche di un tipo particolare. Esse richiedono la mobilitazione immediata di risorse e una finalizzazione efficiente, per ottenere la riduzione del danno maggiore possibile, compresa la riduzione delle sofferenze umane, e per predisporre al meglio la fase ricostruttiva post-evento.

In questi interventi appare naturale non guardare troppo per il sottile, ma andare diritti allo scopo. Quel che conta è il risultato atteso e promesso. Poiché l’amministrazione corrente degli affari pubblici è afflitta da un eccesso di regole e procedure, da conflitti di competenza, da risorse non immediatamente mobilitabili, da mancanza d’esperienza nel trattare questioni urgenti e non procrastinabili, sembra opportuno provvedere con strutture d’agenzia dedicate, specializzate appunto nella velocizzazione, nella tempestività, nel coordinamento gerarchico, fuori da logiche di governance. Queste, infatti, in genere richiedono tempo, negoziazioni, accordi, consenso, e tutto ciò qui non serve o non è praticabile. La lista delle emergenze e catastrofi prevedibili e anche programmate si estende sempre più, quanto più progetti complessi e velocizzati urtano contro la routine amministrativa e l’ignavia politica. Così la Protezione civile, che ha avuto una lunga e problematica genesi, ma che ormai si è consolidata virtuosamente attraverso molteplici catastrofi, diventa un’agenzia dittatoriale pro tempore. L’autoinganno prospettico di chi la dirige è ben comprensibile. Pensa di fare il bene, sia pure sospendendo le garanzie dello stato di diritto e sostituendo l’eccezione alla regola. Una deriva autoritaria e tecnocratica è insita in questa modalità operativa, anche a prescindere dalle porte socchiuse al malgoverno del denaro pubblico che essa implica come rischio insito. Malgrado le intenzioni virtuose, che qui diamo per buone, è evidente che se le eccezioni si moltiplicano e se questo modello si replica in casi diversi (grandi eventi gestiti come catastrofi e viceversa) e se la lista di casi che richiedono questo tipo di intervento si allunga troppo, si finisce per scassare l’ordinamento, per sostituire decisionismi alle politiche strutturali, improvvisazione per quanto intelligente a interventi di sistema.

2. L’idea che la vita sociale e pubblica sia costellata di emergenze ha una lunga storia in Italia. L’emergenza è l’occasione, il Kairós, per scegliere finalmente una qualche soluzione. Senza emergenza si resta a lungo nello stallo. Fenomeno certo da Prima Repubblica, ma sempre caratterizzante la nostra cosa pubblica. Insomma la politica vive di pretesti e dove manchino catastrofi vere si potrebbe sempre inventarne qualcuna, agendo su paure, risentimenti, illusioni e ignoranze. La sicurezza urbana e l’immigrazione, il malgoverno del territorio e dell’ambiente offrono esempi illuminanti.
Il ricorso alla politica dell’emergenza mette in risalto un lato sempre più vistoso delle democrazia contemporanee, e addirittura topico in Italia. La politica-spettacolo si inscena meglio su rovine fumanti e montagne di spazzatura, tra frane, lacrime e sangue. In questi set si esalta la virtù salvifica del governante che incoraggia, protegge, tranquillizza e lenisce perfino il dolore. Chi governa diventa lo zio buono che ti dà una mano. Così nell’emergenza viene incrociato il paternalismo di tendenza populista e il potere tecnocratico, il carisma massmediatico con il decisionismo. Garanzie, tutele, controlli, valutazioni, si vedrà poi, non sono così importanti, anche i soldi per l’emergenza si trovano sempre, sottraendoli alle funzioni ordinarie. Moltiplicazione dei pani e dei pesci o gioco delle tre carte? Inoltre la democrazia dimidiata di cui godiamo i vantaggi aporetici (ti lascia in pace nel tuo infimo privato) sostituisce sempre più ai poteri rappresentativi – con il declino del parlamento e dei partiti di massa – non solo il carisma individuale del capo, in una società mediatizzata necessariamente fittizio, fasullo e posticcio. Ma anche la crescita dei poteri di fatto, a cominciare da quelli che sono legati a interessi forti, e inoltre anche – ma in Italia questo è comunque ancora un fatto marginale – poteri tecnocratici in senso stretto. Indubbiamente nel trattamento delle catastrofi vi sono technicalities che la Protezione civile (per parlare di essa, ma il discorso è più generale) ha progressivamente acquisito. Ma il vero potere non è quello dei tecnici, ma quello dei protagonisti che appaiono più come salvatori che come professionisti. Al salvatore si concedono attenuanti, e non conviene separare troppo il grano e il loglio nel suo sacco. Il governo tramite emergenze, e quindi il governo di emergenze che non mancano mai, diventa la supplenza decisiva per imporre scelte non mediate dalla rappresentanza, per scavalcare anche i poteri locali: povero federalismo, povera, misera sussidiarietà. Si agisce in prima persona come detentori di poteri a carattere personale. Non si tratta del carisma istituzionalizzato dei Vigili del fuoco, cari a tutti noi, ma dell’aureola del salvatore in elicottero. Si noti, perché i fatti sociali non sono mai univoci, che tutto viene fatto inizialmente in buona fede, cioè con recta intentione allo scopo di ridurre il danno e la sofferenza. Ma il metodo alla fine impone i suoi costi: in termini di legalità, democraticità, e anche di pertinenza delle soluzioni. Questo è il caso eclatante della “ricostruzione” in Abruzzo, ma probabilmente vale anche per i rifiuti in Campania.

3. E siamo al post-catastrofe. Che fare, come procedere? Non c’è tempo per discutere, si decide. Schmitt cala in Abruzzo, davvero “oltre la soglia”. Ma lui pensava alla grande politica, qui invece siamo già agli affari. Ecco appunto che misteriosamente la gestione “dittatoriale” (alla romana a.C.) delle emergenze genera un contesto favorevoli agli affari. Come si legano le due cose apparentemente così distanti? Non lo so, e gli interessati non si spiegano bene se non quando ricorrono al cellulare al loro linguaggio triviale. Ma possiamo fare qualche passo indietro, allontanandoci dal “cratere” delle emergenze e vedere se quei comportamenti politico-istituzionali in realtà non siano connessi a una più vasta ragnatela che avvolge la politica italiana. Si è parlato di gelatina. Ma tale sostanza chimicamente complessa, è socialmente banale, e non solo riguarda il mondo degli affari intorno al cratere. Riguarda invece il cratere della politica stessa. Come si è trasformata nelle sue impotenze e dipendenze, e come ha cercato con il governo delle emergenze nuovi spazi per esistere e trionfare sulla banalità democratica. Trasformando la politica stessa in un business.
La corruzione in relazione al malgoverno del denaro pubblico (e a connesse violazioni di norme ambientali, urbanistiche, e naturalmente fiscali) non è legata direttamente al governo delle emergenze, ma esso ne ha fatto emergere con forza un tipo puro, e tutt’altro che isolato. Se si estende l’ambito delle politiche emergenziali si amplia anche, si dovrebbe sospettare, l’ambito del malgoverno e della corruttibilità. Aumentano le occasioni, le finestre di opportunità, la quantità di denaro disponibile e spesso facile. Quindi se la politica emergenziale fornisce il modello della politica tout court vediamo che l’elemento corrosivo diventa pervasivo e certo non isolato o marginale. Intorno al denaro pubblico è sempre stato così, ma solo la democrazia e lo stato di diritto conservano alcune possibilità di controllo per evitare il peggio. Se queste si indeboliscono per intrinseca plebeizzazione istituzionale, come ora sta emergendo, allora il campo del corruttibile si estende a dismisura, diventa la sua propria regola. Ma appunto le emergenze sono solo il campo in cui si esercita un modo d’essere prototipico del politico contemporaneo, e perciò è errato legare la corruzione e lo spreco del denaro pubblico solo a questi ambiti.

4. Vorrei argomentare quasi in modo cancrizzante, cioè andando a ritroso: l’emergenza ci mostra un volto inquietante della politica e anche dell’amministrazione; tale volto ci fa riflettere sul grado di generalità di certi comportamenti “scorretti”. Infine ci induce a riflettere se per caso la corruzione non stia alla radice stessa dell’attività politica, quando questa indebolisca i contro-poteri, i controlli, le verifiche informate, e anche la possibile repressione. Il fatto in sé è elementare, e neppure nuovo: la politica dipende dal denaro. Possiamo precisare: dipende sempre più da denaro pubblico e dagli affari che con tale denaro essa riesce a fare con interessi privati. Se uno legge la storia del regime parlamentare nella Francia o nella Germania dell’Ottocento non si scopre che l’acqua calda. Più o meno, questa è l’unica differenza, sebbene di grandissimo peso sia la proporzione, come in generale nel diritto: se la maggioranza segue le regole, non è catastrofico se una minoranza non le segue, ma non vale il contrario. Questo però potrebbe essere il caso nostro.
Oggi la politica è un’attività professionale che richiede molto denaro. Tale denaro non può più essere fornito direttamente dal partito come organizzazione d’iscritti o da altre fonti illecite, ma per così dire generalizzate e tacitamente condivise. Ora il denaro deve essere procurato direttamente dall’attività professionale di intermediazione del politico di professione. Oggi si sente dire: ma quelli rubavano per il partito, questi rubano per sé. è una menzogna ipocrita: è noto che c’era anche allora arricchimento privato e che il finanziamento del partito forniva l’alibi; oggi è cambiata la prospettiva: senza partito il singolo politico guadagna per sé come individuo e come microorganizzazione politica che deve affrontare campagne elettorali, finanziarie un seguito di satelliti, tacitare, far parlare di sé, “comparire”. Quindi si ruba per fare politica. A livello più organizzato si fanno transazioni con interessi forti, che possono essere in sostanza o finanziari o immobiliari. In generale la politica si mette nelle mani dei rentiers. Il politico stesso aspira a diventarne uno. Anche da piccolo apprende l’arte del darsi delle arie, la supponenza, il distacco dal popolo, l’auto blu, i piccoli privilegi che lo distinguono. La massa di questi inetti e corruttori copre con le sue magagne la minoranza virtuosa del ceto politico, forse oggi sparuta, ma comunque ancora esistente e vitale (quando riesce ad amministrare bene qualcosa). Questa si vergogna della categoria di appartenenza, così come ma che faccio il professore universitario e mi vergogno per tutto il familismo, clientelismo e lassismo dell’istituzione. Ma a che serve? è solo un sentimento privato. Nel politico buono tale sentimento può servire a mantenere le distinzioni, a perseverare nel fare bene, a dirsi ripetutamente “almeno ci ho provato!” in stile weberiano (alla fine della Politica come professione).

5. Di veramente nuovo in queste cose che sembrano ricorrenti c’è poco. Forse il dato di contesto: che mentre ai tempi di Giolitti o anche di Fanfani o anche di Craxi la nostra democrazia era gracile ma stava ancora e a più riprese costruendosi, oggi il governo di una società complessa inserita nel globale non può più tollerare una così vasta assenza di etica della responsabilità. E infatti la paghiamo non solo con lo spreco di denaro pubblico, con la totale inaffidabilità delle istituzioni, la gracilità delle politiche pubbliche (si pensi all’ambiente, al territorio, all’immigrazione, alle politiche del lavoro che gridano vendetta), la sfiducia diffusa dei cittadini tra loro e verso le istituzioni, il contesto di degrado rissoso e pressapochista di gran parte dello spazio pubblico. Diventa difficile restare in Europa, non a caso all’estero sogghignano su di noi, diventa difficilissimo pensare a progetti per uscire dall’entropia socioistituzionale che la politica dipendente dal denaro è costretta a generare sempre di più. Sebbene ci siano palesi differenze nel grado e nel modo di coinvolgimento della politica nell’economia delle rendite, è evidente che il discorso riguarda e tocca in modo sensibilissimo anche le forze progressiste (di sinistra non è più il caso di parlare). Neppure esse sono munite di adeguati anticorpi e il ceto politico è omogeneizzato in modo iperbolico. Inoltre non ha sviluppato nessuna cultura critica circa questo rapporto tra politica e affari, sia a livello di sistema sia a livello di comportamenti individuali. Da rimpiangere i paglietta meridionali! La democrazia inclina alla plutocrazia. Va sottolineato che il singolo politico è in un sistema che lo spinge a queste intermediazioni se vuole sopravvivere nella competizione. La moralità individuale è un debole baluardo di fronte alla necessità. La necessità poi rende facile quello che all’inizio sembrava difficile, ma in nessun caso è possibile ridurre la questione a corruzione individuale (individuali possono essere solo le responsabilità penali). La questione è di sistema, come si usa dire quando la faccenda diventa troppo complicata.
Ma la cosa non finisce qui: non si tratta solo di denaro pubblico, di corruzione o di violazione di leggi sul finanziamento dei partiti. La questione, in prospettiva la più grave, è che la politica – seguendo le sue dipendenze – incontra fatalmente la zona grigia dell’economia criminale e del denaro sporco. Vi è una grande massa di denaro alla ricerca di “collocazione”. Lo scudo fiscale ne ha fatto emergere una parte. Tale tipo di denaro si presta bene a operazioni immobiliari in grande stile o a speculazioni finanziarie, a progetti in cui far cascare qualche autorità pubblica. Il politico di professione inciampa subito in due contesti rilevanti che richiedono il suo intervento: il progetto pubblico che deve assorbire tale denaro, e la massa dei mediatori professionali (in pratica esponenti di tutte le possibili professioni) che sono necessari nell’operazione. Si tratta di un ceto potente e molto affine a quello politico per stile di vita, “cultura”, e spiriti animali. E mancanza di scrupoli. La politica così mette i piedi nella zona grigia e vi affonda sempre più, quanto più poteri e denari criminali si diffondono nel corpo sociale. Ma su ciò Saviano ci ha già edotto. In questa prospettiva però il malgoverno del denaro pubblico, reso possibile dalla politica emergenziale (compresi i grandi eventi come emergenze), si intreccia in modo imperscrutabile con le logiche della zona grigia. A questo punto sì che conviene preoccuparsi, soprattutto per le deboli resistenze e difese oggi disponibili di fronte a tale deriva. Altro che corruzione individuale, si tratta della logica perversa (dal punto di vista della Costituzione democratica) di un sistema politico allo sbando. E che per continuare la sua corsa all’inferno ha bisogno indubbiamente di erodere tutti i contropoteri, i controlli, i freni e i contrappesi possibili: dalla pubblica opinione manipolata mediaticamente agli organi di garanzia. Questo è il paesaggio devastato che abbiamo di fronte: questa l’emergenza. Si noti ancora una volta il predominio dell’economia delle rendite su ogni forma di capitalismo del profitto guadagnato su mercati competitivi. Perciò c’è da chiedersi se anche per Confindustria non sia venuto il momento di parlare più chiaramente ai propri associati; la deriva infatti corrode anche la parte vitale della nostra economia, mettendola nell’angolo (modello Parmalat).

6. E allora viva la Protezione civile da stato di eccezione. Essa è diventata parte dell’intreccio perverso di democrazia disossata, amministrazione incapace, emergenza surrettizia, fantasmagoria spettacolare, autoinganno permanente in cui siamo tutti immersi. Ciò ci rende non solo impotenti, ma anche incapaci di riflettere fino in fondo alle premesse e alle implicazioni di ciò che avviene. è appunto la crisi cognitiva – che colpisce anche chi cerca di riflettere, perché non sta collocato fuori in un punto archimedico neutro. Ciò spiega molto del senso di passività, di disorientamento e di scetticismo su un possibile mutamento. Quei nessi tragici tra denaro, politica, moralità pubblica e privata, poteri dittatoriali e indebolimento degli anticorpi, sono la matassa che crea allucinazioni e disperazioni, sconforto e magari anche ricerca di qualche consolazione: la casa in campagna, il viaggio all’estero, l’Erasmus per i figli, l’auto ecologica dopo il Suv, un perbenismo di superficie e così via. è la società diventata debole, erosa dai fiumi carsici di una politicità diventata impresa privata.
Cosa ci insegna il post-terremoto? Che le emergenze servono a costruire poteri, a destrutturare contropoteri, a togliere voce, a incentivare l’apatia, ad aspettarsi miracoli dal cielo o meglio via etere. Servono al di là di ogni pia intenzione a creare contesti favorevoli all’alleanza tra affari e politica. Avrei preferito non aver mai dovuto scrivere quanto ho scritto sopra. Ma l’alleanza tra denaro sporco, denaro pubblico, affari facili, sregolazioni, favori e prebende, piccola corruzione morale del singolo che si crede superiore (magari anche solo in faccende di sesso), è qui tra noi, potente come non mai. Mentre scrivo già si annuncia un nuovo “scandalo”. Ma a che pro, ormai lo recepiamo come fatto quotidiano. Manca l’effetto sorpresa, siamo mitridatizzati e pronti al peggio: questa è l’emergenza in cui viviamo.
Proprio la gravità della situazione in cui siano scivolati richiede un’accurata valutazione delle forze e dei soggetti in grado di rovesciare la tendenza. Ma questo è un discorso per un’altra volta e un altro articolo.


CURARE nelle DISEGUAGLIANZE

Iniziamo a pubblicare interventi e materiali apparsi su riviste o siti web per offrire una base teorica ed empirica, quindi pratica e vicina alle vite di ciascuno e che possano aiutare a dare gambe alle idee per il dibattito della costituente. Come “militanti della persona quotidiana” dovremo saper parlare e proporre temi concreti. Come ecologisti dobbiamo ritrovare un discorso pubblico per sapere come dire le cose che riteniamo giuste. E molto viene prodotto, studiato, letto fuori dalla grande stampa. Quindi buona lettura e buona discussione. Quello che segue è un intervento apparso sulla rivista Lo Straniero e fa parte di una riflessione più ampia sulla SALUTE e la CURA, che viene svolta nel numero di aprile a partire dalla pubblicazione in italiano del 2° Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale.

AVERE O NON AVERE di Francesco Ciafaloni

[da Lo Straniero n. 118 aprile 2010]

Il problema veramente è essere o non essere; vivere o morire; come vivere; come e quando morire; come curare chi si ammala e rischia di morire; come aggiungere alla cura il conforto. Ma il vivere e il morire dipendono soprattutto dall’avere o non avere. “Viaggiando in metro sulla linea che dai sobborghi di Washington conduce a Montgomery County, una distanza di 12 miglia, la speranza di vita aumenta di un anno e mezzo per ogni miglio percorso: a un capo del viaggio troviamo neri poveri con una speranza di vita di 57 anni e all’altro capo bianchi ricchi con una speranza di vita di 76,7 anni.” (A caro prezzo. Le diseguaglianze nella salute. 2° Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Edizioni ETS, Pisa 2006, p. 227).

In Italia i disoccupati vivono sette anni di meno degli occupati; i preti e gli insegnanti vari anni di più dei lavoratori manuali, nel loro complesso, non solo quelli che muoiono di incidenti e malattie professionali. Se non ci si limita a una sola città, o a un solo paese, come è noto, le differenze sono ancora maggiori. Dalla stessa fonte si apprende che la mortalità infantile è del 360 per mille in Sierra Leone o in Afghanistan, del 3 per mille in Norvegia e Finlandia. Dai dati Eurostat apprendiamo che è intorno al 3 per mille anche in Italia, Germania, Francia; che è addirittura minore nella Repubblica ceca, paese ex-comunista; ma è doppia in Lussemburgo, che ex-comunista non è, e più che tripla in Romania. E la spesa sanitaria rappresenta il 16% del Pil negli Stati Uniti, dove si muore prima, in maniera straordinariamente diseguale, e una quarantina di milioni di persone sono prive di cure sanitarie, solo il 7-8% in Italia, e percentuali appena maggiori in Germania, Francia, Gran Bretagna, dove si muore dopo e il sistema sanitario, con strutture diverse, è universalistico.

Dunque la politica, l’intervento pubblico, la solidarietà, il dono, hanno effetti misurabili, addirittura sconvolgenti, sul vivere e sul morire, anche a parità di reddito. E l’Onu elabora indicatori di sviluppo umano, di cui il reddito è solo uno, tradotti in italiano da Rosenberg & Sellier. Certo, ci sono limiti alla efficacia delle cure; ce ne sono anche agli effetti sulla salute della prevenzione, o, detto diversamente, della vita morigerata e virtuosa, anche senza tener conto della genetica, che predispone anche se non determina. Gli uomini sono mortali, per fortuna, dato che nascono e si riproducono. Se una modificazione genetica, casuale o progettata, ci rendesse pressoché immortali, bisognerebbe augurarsi che ci rendesse anche pressoché sterili. Certo toglierebbe ogni significato al “ci”. Gli immortali non possono amare i mortali; chi ha voluto farlo, si chiamasse Gesù o Faust, ha accettato di morire. Nell’immediato, ogni trionfo medico su una specifica patologia non fa che spostare percentuali da una patologia all’altra, perché il totale deve sempre essere 100. Di qualcosa bisogna morire. Alla fine il compianto, la memoria, sostituiscono per forza il conforto e la cura.
Ma, prima di arrivare all’elogio di I sepolcri, ci sono da evitare molte atrocità che dipendono rozzamente dall’avere o non avere. C’è da evitare l’imitazione dei ricchi peggiori, la corsa al mercato, alla pura, voluta dipendenza dall’avere o non avere.

Non è solo un problema di principi, o ideologico; di comportamento personale o di confronto tra sistemi. è anche questo ma non solo. Il Sistema sanitario nazionale è regionalizzato e ha costi ed efficacia molto diversi da regione a regione. Il peso delle cliniche private in Lombardia è molto maggiore che in Piemonte. Gli accordi per le regionali, le alleanze, i programmi di cui non si parla nella pubblicità sui muri, riguardano il rapporto tra sanità pubblica e cliniche private. Di corruzione sanitaria in Abruzzo, in Puglia, in Campania, in Calabria, in Sicilia; di delinquenza sanitaria in Lombardia sono pieni i giornali e i tribunali. Di possibili interessi sanitari di assessori in pectore si parla per la destra e per la sinistra, anche in Piemonte. Qualche unione personale in più, il partito degli affari si consolida, lo stato e i malati pagano. Le cose non vanno bene, in molti posti si ruba, comprando a prezzi gonfiati anche la mortadella, o appaltando a se stessi, ad amici, a parenti; ma, se si cerca di rimediare privatizzando, possono andare anche molto peggio, e a costi maggiori.
La situazione diventerebbe tragica e non solo grave se l’universalità della cura venisse meno; se si verificasse, e per cifre assai maggiori, anche nella sanità ciò che sta avvenendo nella scuola: il finanziamento pubblico ai privati, battezzato libertà di scelta. Ci possono essere modalità compresenti, come in Francia, dove coesistono un sistema mutualistico, uno pubblico e uno privato, senza gravi inconvenienti e, qualche volta, con maggiore flessibilità. Ma un sistema mutualistico diffuso, che lì ha radici negli anni trenta, nel Fronte popolare, non si improvvisa. Qui si rischia di pagare a pié di lista, e a costi crescenti, trattamenti medici e medicine promossi e pubblicizzati, e decisi, alla fine, da medici a caccia di patologie come risorse, scarse come si è visto a Milano. Certo, dovrebbe essere sempre il malato che decide; e sulla carta lo è, fino a che è cosciente. Ma chi rischia la propria vita o quella di un congiunto contro il parere del medico che gli dice che quella è la cosa migliore da fare? Il rapporto tra medico e paziente è un rapporto di potere strutturalmente sbilanciato, tra chi sa ed è sano e chi non sa ed è malato, e rischia la morte. Le medicine non sono come giorni di vacanza in un qualche posto di vacanza, che più crescono e meglio è. La vita e il corpo degli uomini dovrebbero essere sottratti al mercato, anche perché chi rischia la morte, o l’invalidità, quasi sempre non conosce e può non essere in grado di capire cosa rischia davvero. Anche il medico, certo, opera sempre in condizioni di parziale incertezza: può operare al meglio, in totale onestà, ma può sbagliare; può avere interessi professionali; ha sempre un interesse economico; e non è lui che rischia. Robert Fogel, storico controfattuale, noto soprattutto per gli studi sulla schiavitù e le ferrovie, ha esercitato il proprio talento sul futuro, prima dell’attuale tracollo, sostenendo che le spese sanitarie saranno all’origine del prossimo boom in America. Popolazione vecchia; consumo inevitabile; soldi a palate. Certo, si può guadagnare su tutto; anche sui crediti per mancato consumo di carbonio, facili da falsificare quanto i certificati della Parmalat o i versamenti Iva della Telecom. Ma a quel punto ogni falso è buono, e non c’è più nessun rapporto né con la salute né con l’ecologia.

“Lo straniero” in questo numero affronta il tema della salute, con cinque pezzi, i più lontani dalla discussione corrente.
Si comincia con un intervento di Roberto Landolfi, che affronta i mutamenti in atto o proposti nel sistema sanitario italiano, parte del dibattito politico di queste settimane. Posso solo aggiungere, oltre alla raccomandazione di leggerli nel contesto dei due pezzi più generali sul dono e sui danni del commercio della carne umana, alcune considerazioni da vecchio, che nascono dall’aver seguito e assai marginalmente partecipato alle discussioni (di epidemiologi, come Benedetto Terracini, medici, come Giulio Maccacaro, Renzo Tomatis, Giovanni Berlinguer e Ivar Oddone, giudici, come Raffaele Guariniello) e alle attività (di lavoratori, medici, delegati, sindacalisti, volontari) che accompagnarono le lotte contro la nocività nelle fabbriche (tema dell’articolo di Franco Carnevale) e la nascita del Sistema sanitario nazionale, oltre che del sistema pensionistico universale, nei terribili anni settanta, di cui oggi si ricordano più facilmente le tragedie e i delitti che ci furono, che non le conquiste.
Allora era chiaro a tutti che non poteva esserci salute nelle fabbriche o fuori delle fabbriche senza competenza e partecipazione dei singoli lavoratori e dei singoli cittadini. Le misure di sicurezza non si possono imporre né in cantiere né fuori del cantiere. I modi di vita, l’attenzione per le proprie specifiche fragilità, per evitare il danno o rimediarlo appena possibile, non si attuano per decreto, si raggiungono per scelta, con le insicurezze del caso, per decisione partecipata di tutti. è ovvio, anche se non li ho citati prima, che questo rimanda a una elaborazione psicologica, pedagogica, politica che include Musatti, Rozzi, Novara, Gallino, Basaglia, Jervis, alla Olivetti, negli ospedali, nelle università, nelle camere del lavoro, nei partiti politici, che è uno dei momenti alti della cultura italiana nel secondo dopoguerra. Avevano differenze di opinione; magari non sarebbero contenti di essere citati uno dopo l’altro senza avvertenze, come ho fatto, ma certo non erano venditori di corpi e medicine al più alto prezzo raggiungibile sul mercato. I sani si proteggono e i malati si curano con loro, non sopra di loro. Perché esistono e hanno bisogno di qualcuno che abbia pronunciato il giuramento di Ippocrate, non perché pagano. Pazienti, gente che soffre, non clienti; medici, non mercanti. Mestiere nobile anche quello del mercante, ma se si occupa di merci, non di uomini e di lavoratori. Il lavoro non è una merce, come dice il Bit (Bureau International du Travail) e non si stanca di ricordarci Luciano Gallino.
Oggi si tende a risolvere tutto con l’efficienza, facendola discendere dalla concorrenza e dalla privatizzazione. Ma la concorrenza è impossibile e la privatizzazione è il peggiore dei mali se si applica ai monopoli naturali e ai rapporti di cura. Già ora si vedono i danni della doppia appartenenza dei medici al privato e al pubblico. Si contano i miliardi perduti – da noi, guadagnati dai ladri – nelle corruzioni sanitarie. è il caso di svegliarci e di ritornare ai principi su cui il Sistema sanitario è nato.
Aggiungo un’ultima osservazione, ancora legata agli anni settanta, sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti. Un articolo recente sulla “New York Review of Books” cita una stima della differenza di costo tra prestazione pubblica diretta e appalto in “Medicare” e “Medicaid”: si tratterebbe del 15%. Il 15% della spesa sanitaria americana è una cifra che nessuno di noi riesce a concepire materialmente; una risorsa infinita, per chi deve essere curato, o un infinito danno, per chi quel 15% lo incassa. A metà degli anni settanta tutti si davano da fare per rendere meno intollerabili le catene di montaggio. A Mirafiori tentarono un sistema che rendeva più flessibili le operazioni. Quando seppi che costava un terzo in più capii senza sforzo che non sarebbe mai stato applicato. Forse anche quel 15% in meno per i padroni della sanità è troppo per essere realizzabile, senza contare il dimezzamento dei prezzi delle medicine, la riduzione dei consumi, tutto quello che seguirebbe. Perciò Obama a difendere l’opzione pubblica non ci ha neppure provato. La differenza è che le automobili sono merci, non sono indispensabili, mentre la cura non è una merce. Ma Joseph La Palombara, di passaggio a Torino, ha ricordato che la Corte suprema degli Stati Uniti, rovesciando una interpretazione secolare, ha stabilito che per le aziende vale il diritto di parola, cioè che possono fare propaganda per chi vogliono, per qualsiasi cifra; e che durante la discussione in Senato la lobby della sanità ha speso 300 milioni di dollari in una settimana per contrastare la riforma. Non è il caso di illudersi.
C’è poi, in questo numero della rivista, uno sguardo al Pronto soccorso in due diversi quartieri americani, quello che anche gli italiani che hanno seguito una fortunata e molto replicata serie televisiva si sono abituati a chiamare Emergency room. La testimonianza di Teri Reynolds, Bollettino dal Pronto soccorso, racconta da Oakland (California) le sconfortanti ineguaglianze esistenti negli Stati Uniti fra servizio sanitario pubblico e privato, fra assicurati tutelati e non assicurati indifesi, che la proposta di riforma dei democratici di Barack Obama lascerà immutate. Si prosegue con Nancy Scheper-Hughes, sui disastri del commercio di organi da viventi – organi doppi, s’intende, o che si riproducono, come il fegato o il midollo spinale, almeno finché si resta al commercio legale. Qualunque neoliberista dirà che se uno vende, dato che il mercato è sempre informato, sa quello che fa; e se decide di vendere lo fa perché dopo aver venduto sta meglio di prima. è meno povero, anche se ha un rene di meno. Ma le cose, come ognuno può immaginare, non vanno così.
Enzo Ferrara ha tradotto e introdotto un pezzo da The Gift Relationship, di Richard Titmuss, uno dei padri dei principi su cui è stato costruito lo stato assistenziale in occidente e da cui è più sicuro partire, che parla della donazione di sangue, degli infiniti problemi, etici e commerciali, di qualità, di possibile nocività del sangue, quando non lo si dona ma lo si vende.

Il tema non si chiude qui; è ovvio.
Ci sono discussioni in corso sulle sperimentazioni, sulle verifiche, sulle buone pratiche. Sono scelte tutt’altro che chiare, che ciascuno di noi può trovarsi ad affrontare da malato o da medico, se lo è. C’è uno sterminato campo di confronti e di mutamenti in corso nel Sistema sanitario, da approfondire regione per regione, con meno dubbi e più interessi. Per non parlare di pratiche, come quella dei trapianti, che sono evidentemente insufficienti, e da qualche anno diminuiscono, mentre le liste si allungano. Chi gli organi li compra da viventi risolve il problema così, con i disastri che abbiamo mostrato. E le proposte di donazioni di organi da viventi a ignoti, che sono state fatte alle Molinette, a Torino, sono un gesto fraterno ed eroico, analogo alla divisione del mantello di San Martino, o rischiano l’autolesionismo? Non corre anche il dono il rischio dell’ignoranza delle conseguenze? E quando è giusto che il compianto sostituisca il conforto? E che contributo deve dare la pedagogia alla cura, alla prevenzione?
Cercheremo qualche risposta; o almeno di formulare le domande giuste.