venerdì 9 luglio 2010

Mutamenti climatici in Toscana

La mia Africa: come il cambiamento climatico soffoca la Toscana
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=5675

Riccardo Mostardini

FIRENZE. Nel corso del XX secolo (più precisamente dal 1906 al 2005 - dati Ipcc) la temperatura media terrestre ha subìto un incremento stimato in un range da 0,56° a 0,92° C, con un valore più probabile di 0,74°. Relativamente agli ultimi 50 anni del periodo citato (cioè dal 1956 al 2005), la crescita delle temperature globali è stata più accelerata, attestandosi su un valore di 0,13° (o meglio in un range da 0,10° a 0,16°) per decade, cioè quasi il doppio rispetto al tasso di crescita medio secolare: se ne deduce che la crescita delle temperature globali in 50 anni è valutabile in un intervallo da 0,5° a 0,8°, con un valore più probabile di 0,65°.

Focalizzandosi sull'Italia, dati Isac-Cnr stimano in 1° C l'incremento di temperature medie che ha interessato la penisola nell'ultimo mezzo secolo: osservando l'immagine a lato, però, si nota agevolmente come questo aumento sia stato pressoché nullo almeno fino al 1980. Sono poi seguiti due decenni di forte crescita (quasi di un grado in venti anni), seguiti dal trend degli anni duemila, moderatamente al rialzo. Riguardo alle precipitazioni, invece, il Belpaese ha visto un calo stimato mediamente in oltre il 5% in due secoli.

Stringendo ancora l'obiettivo, possiamo dare un'idea dei dati relativi alla Toscana attraverso l'analisi del trend termico e precipitativo del capoluogo, pur ricordando come la "conca" tra le colline in cui esso è situato comporti un lieve accumulo di calore rispetto alle altre aree interne della regione. In città, indicano dati del dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali dell'università di Firenze, la temperatura media è cresciuta di 1,2° C in 50 anni, ma è soprattutto il dato sulle precipitazioni a spiccare per anomalia: in mezzo secolo l'apporto meteorico annuale è calato di ben 129 mm su base annua, di fronte ad una media attuale di circa 850 mm. La riduzione è quindi di circa il 15%, a cui si accompagna una diminuizione dei giorni piovosi che, su un totale di circa 90/anno, è stata in 50 anni di 25 giornate piovose/anno.

Ciò che emerge con evidenza, quindi, è che le temperature in Italia sono cresciute nettamente di più rispetto alla media planetaria, e inoltre che sia il trend termico, sia soprattutto quello precipitativo, sono stati per la Toscana significativamente peggiori (per crescita il primo, per ribasso il secondo) sia della media nazionale sia del dato globale.

Destino e Dei dispettosi? No: semplicemente l'effetto che non tanto - o meglio non solo - il global warming in sé, ma soprattutto le sue conseguenze in termini di mutamento del ciclo idrologico, e quindi di movimento delle masse d'aria, hanno sull'Italia e sulla Toscana: la penisola infatti è situata in mezzo a quell'area mediterranea che l'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima (Isac) del Cnr ha definito come un «hot-spot del surriscaldamento globale», a causa del suo posizionamento nell'immediata adiacenza della fascia di alte pressioni subtropicali, aree che nella nostra zona prendono il nome di "anticiclone delle Azzorre" e di "Anticiclone africano".

Come già spiegato più volte da greenreport, infatti, sussiste un appurato rapporto di causa ed effetto tra il calore presente nel sistema terra-acqua-atmosfera e l'estensione verso nord del braccio discendente della cella di Hadley (cella che è in due parole la componente aerea del sistema di trasferimento del calore dall'Equatore alle aree temperate, compito che viene svolto anche, per quanto riguarda l'acqua, dalle correnti marine grazie alla cosiddetta "circolazione termoalina"): ciò comporta una maggiore incidenza (cioè un posizionamento mediamente più settentrionale) delle alte pressioni sulle aree temperate, e si configura come primo dei due motivi che causano la particolare esposizione dell'Italia e della Toscana agli effetti del surriscaldamento.

L'altro motivo è legato all'energia in gioco nel sistema: a più calore corrisponde infatti più energia, e ciò comporta in linea tendenziale una maggiore "meridianizzazione" degli spostamenti delle masse d'aria, cioè un più facilitato movimento (nei due sensi) sulla direttrice nord-sud (definito appunto "meridiano") a scapito del movimento sulla direttrice est-ovest, definito "zonale" e più consueto poiché legato alla rotazione terrestre.

Il risultato dell'azione congiunta di questi due fattori è da una parte sia una maggiore possibilità (almeno finché il riscaldamento planetario, e quindi la "spinta" da sud delle alte pressioni, non dovesse diventare troppo forte) di discese fredde e piovose da nord, come avvenuto nell'inverno passato ma anche nei giorni "autunnali" verificatisi intorno al 20 giugno scorso, sia di ondate di calore estive come quella incidente in questi giorni sull'Italia. Ma, dall'altra parte, questo meccanismo "a bilanciere" si scontra con l'effetto dato dalla spinta delle alte pressioni verso nord, che tendono a deviare verso l'Europa centro-settentrionale (che infatti registra tipicamente un incremento delle precipitazioni negli ultimi decenni) le perturbazioni atlantiche che sarebbero "destinate" ad impattare il Mediterraneo occidentale.

Ma non è finita: a questa concomitanza di fattori, che vale in via generale per il Mediterraneo, si aggiunge per l'Italia (e soprattutto per la Toscana, così come per le regioni alpine e la val Padana) il fatto che, come spiega oggi il climatologo Giampiero Maracchi a "La Nazione", «ormai siamo fuori dalla climatologia mediterranea, quando regnava l'anticiclone delle Azzorre e l'aria africana arrivava di rado»: ciò significa, ritornando a quanto sopra affermato, che l'incidenza media dell'anticiclone Africano (che tende a svolgere movimenti - appunto - meridiani) è negli ultimi decenni diventata sempre più forte, a scapito di quella dell'anticiclone delle Azzorre, che avendo una natura dinamica più "zonale" porta sulla penisola aria più fresca e maggiore ventilazione. L'aria africana, invece, è non solo più calda di per sé, ma attraversando il Mediterraneo si imbeve di umidità che poi scarica, insieme ad un calore opprimente, sulle regioni italiane che per motivi di vicinanza alle grandi catene montuose sono più esposte al suo flusso d'aria e ai suoi venti sud-occidentali e sud-orientali. Queste regioni sono in primo luogo la val Padana (a causa della presenza delle Alpi a nord) e la Toscana, a causa della presenza dell'Appennino centro-settentrionale e della sua disposizione, ai confini regionali, lungo la direttrice prevalente sud-est/nord-ovest.

La differenza tra gli effetti sull'Italia dati dall'aria africana e da quella oceanica è percepibile al tatto in questi giorni roventi: al di là di massime tendenzialmente più alte di almeno 2-3-4 gradi (e di un diverso gradiente latitudinale, nel senso che le temperature tendono ad essere più alte sul centro-nord Italia rispetto al meridione, una situazione opposta a quanto avviene in linea tendenziale) sono soprattutto l'umidità e l'alta temperatura notturna (causata a sua volta dalla stessa umidità e dalla difficile dispersione del calore accumulato di giorno) ad ingenerare il disagio legato alla presenza di aria africana, ben maggiore di quello che si avrebbe in presenza di aria oceanica a parità di stabilità atmosferica: indicativo, in questo senso, è il dato relativo alla notte scorsa, dove a Firenze l'umidità relativa è stata superiore all'80%.

Come sempre in questi casi, comunque, è giusto ricordare che le ondate di calore africano sono sì in significativo aumento, ma che comunque esse sono sempre state elemento presente nell'estate toscana e italiana: ciò significa che non sarebbe scientificamente motivato sostenere che il calore opprimente (peraltro non da record) di questi giorni sia automaticamente legato agli elementi citati, e indotti dal surriscaldamento globale, e non sia invece un evento legato a normale variabilità meteorologica: ciò che è certo, però, è che in un territorio come quello toscano dove l'aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni sono - e sono previsti essere in futuro: al 2070 sono ipotizzati, per Firenze, +2,7°/+4,2° rispetto al dato odierno - ben maggiori di quelli che insistono mediamente sul pianeta, la maggiore incidenza e la più lunga durata delle ondate di calore africano sono e saranno sempre più da considerarsi come "la normalità", e sempre meno come "l'eccezione".

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