venerdì 14 gennaio 2011

Contributo di Davide Biolghini per incontro-conclave del 29-30 Gennaio a Bologna

Democrazia, partecipazione, deliberazione
Individuazione delle criticità dell’attuale democrazia rappresentativa (professionismo politico,
cumulo delle cariche, confusione tra ruolo partitico e ruolo istituzionale, autorappresentazione,
leggi elettorali, etc.); proposte di cambiamento attraverso strategie e metodologie innovative.
Alcune note sparse sulla ‘decrescita’ della politica
di Davide Biolghini

Utilizzando alcune riflessioni tratte dalla ‘teoria delle reti’1 nell’analisi delle nuove forme
organizzative di tipo economico-politico-sociale, si potrebbe osservare un apparente paradosso: il
passaggio da strutture organizzative tradizionali come le associazioni e i partiti (che ancora si
autodefiniscono ‘democratici’) alle reti, cioè a strutture ‘consapevolmente’ più complesse, produce
in prima istanza strutture tendenzialmente ‘aristocratiche’, in cui cioè alcuni nodi hanno più
connessioni (quindi più potere…2) degli altri e “tendono a generare inerzialmente punti
d’attrazione”3.
In realtà l’organizzazione a rete (complessa, cioè per nodi/hub che concentrano maggiori legami), è
caratterizzata in primo luogo dalla formazione di strutture debolmente connesse, in cui singoli hub
fungono da ‘ponti sociali’ tra i diversi ’moduli’ o ‘cluster’4. Tali strutture dovrebbero avere
particolari proprietà di robustezza e vulnerabilità: “La rete è multiprospettica, cibernetica,
autopoietica. Presenta quindi maggiore resistenza allo stress, è più flessibile e capace di nuovi
apprendimenti di fronte ad evenienze choccanti, è più resiliente ai traumi. E’ più capace di stare nel
conflitto, nei dilemmi, nell’irresolutezza. E’ più adatta a crescere, ma anche a decrescere.5”.
Nel tentativo di contrastare le tendenze interne ‘aristocratiche’ tipiche delle reti complesse, nelle
strutture politico-sociali è necessario proporre adeguati metodi di coordinamento ‘partecipativo’,
orientati ad es. al ‘consenso’ (vs il “centralismo democratico”) per quanto riguarda la presa di
decisioni o a forme di organizzazione più partecipata come la rotazione degli incarichi di
responsabilità a tutti i livelli, in particolare per i 'ponti sociali' (vs l’autoreferenzialità dei dirigenti)6.
Se è vero quindi che le reti sociali sono costituite da cluster debolmente connessi e che i ‘ponti’ tra
reti sociali hanno un alto numero di legami (sono cioè degli hub) è il presidio 'responsabile' dei
processi di apprendimento, di relazione e di comunicazione di questi 'ponti sociali', che può
permettere la diffusione di processi positivi di innovazione nelle reti che essi connettono.
Presidiando i processi cognitivi di questi connettori 'deboli' e conoscendo le specifiche mappe
reticolari delle singole reti sociali in cui sono inseriti si può favorire l'innesco in esse di processi
cooperativi e partecipativi, affinché nell'assemblaggio dei diversi 'pezzi' della rete si possa favorire
la costruzione di nuove geografie auto-organizzate di tipo collaborativo.
In rapporto con le nuove strutture reticolari e locali delle organizzazioni a livello economico,
sociale e politico non è pensabile la costruzione di “un altro mondo possibile” senza rivalutare e
quindi utilizzare responsabilmente pratica e teoria della cooperazione.
1 Per alcuni riferimenti ad esperienze concrete di organizzazioni politico-sociali di tipo reticolare in Italia (come ad es.
Lilliput e Rete di Economia Solidale) rimandiamo a: Davide Biolghini, “Il popolo del’economia solidale. Alla
ricerca di un'altra economia.”, EMI, Bologna 2007. Dal capitolo dedicato alle reti sono tratti alcuni degli spunti
articolati in questo scritto.
2 Peraltro è parimenti interessante il paradosso, secondo cui se le reti sociali più complesse fossero casuali ed agissero
solo le regole di auto-organizzazione, la nostra società sarebbe naturalmente ‘democratica’...
3 Da una nota di Enrico Euli allo scritto più ampio su questo tema.
4 Vedi il capitolo “La forza dei legami deboli” in: Buchanan, M., “Nexus”, Mondadori, 2003
5 Da una nota di Enrico Euli.
6 Per fare i conti con il “dilemma tra autonomia e controllo” che caratterizza le relazioni di rete.
Nell'ultima assemblea di Lilliput tenutasi a Roma il 4-5 aprile7 nel laboratorio "Riforme della
democrazia rappresentativa", ho cercato di esemplificare alcuni dei diversi modi di porsi il
problema della crisi di partiti e rappresentanza e della partecipazione ‘altra’ dei cittadini alla sfera
politica:
- fare una lista locale autonoma (modello vicentino) o un nuovo partito;
- sostenere l’elezione nelle istituzioni di propri rappresentanti 'coerenti' rispetto ai valori
comuni, tramite i partiti tradizionali (ad es. Sabina Siniscalchi -Banca Etica- alle penultime
politiche o Vittorio Agnoletto - Genoa Social Forum - alle europee);
- interagire con i partiti che si presentano, proponendo l'inserimento nei loro programmi di
punti ritenuti qualificanti;
- contribuire alla costruzione di una scuola di formazione di 'politici' ed amministratori
(modello gesuiti-Rete/primavera di Palermo o SEM Terra in Brasile);
- puntare sulla 'formazione sul campo' degli eletti locali a partire da movimenti di massa
trasformatori (modello ValSusa);
- costruire nuove relazioni tra cittadini e amministrazioni a partire da specifiche forme di
partecipazione (modello Bilancio partecipativo - Rete Nuovo Municipio, Electronic town –
Regione Toscana, Agende21, ecc.);
- puntare sui referendum abrogativi/propositivi o su altre norme consimili esistenti negli
statuti comunali, provinciali o regionali (ex legis 142-241/90 );
- proporre leggi su singole questioni coinvolgendo parlamentari dei diversi partiti (vedi
esperienza del Commercio Equo-solidale);
- cercare di condizionare i partiti tramite la mobilitazione della società civile (vedi esperienza
dei ‘girotondi’);
- agire il conflitto negativo con le istituzioni tramite i movimenti per i beni comuni (l’acqua),
contro le grandi opere (come i vari comitati del no) e di critica diretta dei politici ‘corrotti’ (i
‘grillini’) o con appelli che invitano a privilegiare le pratiche locali (“La politica che
vogliamo”) e i percorsi extraistituzionali (“Altracampagna” di Carta) per la costruzione di
nuovi spazi pubblici....
Su ognuna di queste diverse ricette di “altrapolitica” è possibile fare specifici bilanci e quindi
praticare o sostenere quella più appropriata a specifici contesti e fasi; è però importante non
dimenticare un intervento trasversale, quello sulla 'riforma della democrazia rappresentativa',
purché messo in rapporto con pratiche innovative di 'democrazia continua'; per quanto riguarda le
regole della rappresentanza siamo infatti ancora fermi ai principi roussoniani della democrazia
formale dell'800 (una testa un voto), chiamati solo una volta ogni 4/5 anni ad esprimerci
'elettoralmente', per poi verificare che i nostri delegati, anche i migliori, scompaiono, stritolati dalle
regole e dalle dinamiche dello ‘stato democratico”, vigenti nelle nostre istituzioni; mentre per
quanto riguarda gli ‘istituti di partecipazione’ che potrebbero rendere più continua la relazione dei
cittadini con la ‘cosa pubblica’, al di là di alcuni tentativi al tempo dei nuovi statuti comunali (negli
anni ’90) e del ricorso ai referendum ‘deliberativi’ (a livello nazionale per merito dei radicali, ora in
alcune regioni a ‘statuto speciale’) non si è consolidato nessun modello stabile di ‘cittadinanza
attiva’.
Ci vorrebbero nuove regole (ad es. quelle proposte dai Verdi all’inizio della loro stagione per fare i
conti con il ‘professionismo politico’, il cumulo delle cariche, la confusione tra ruolo partitico e
ruolo istituzionale, il problema endemico delle nomine, ecc. e praticate ad es. da Alex Langer (solo
metà mandato nelle istituzioni e poi avanti un altro...) e nel contempo nuove forme di democrazia
continua/diretta/deliberativa.
Naturalmente la definizione di nuove regole di partecipazione vale anche all'interno della 'società
civile' (quanti 'narcisi' anche nelle Associazioni...), che non è incontaminata rispetto a quella
7 Seminario citato "Agire un’altra politica - Costruire e praticare la Democrazia".
politica, anzi spesso propone, in piccolo, le stesse forme organizzative e gli stessi riti che
caratterizzano partiti ed istituzioni; rete Lilliput rimane un esempio quasi unico del tentativo di
praticare nuove regole organizzative: “subnodo” (e non organismo direttivo) al ‘servizio’ dei nodi,
rotazione delle cariche, delega 'responsabile' e condizionata, ecc.).
A partire dall’analisi dei risultati di esperienze come quelle di Lilliput nel tentativo di presidio
consapevole dei percorsi evolutivi della propria rete complessa, si possono individuare a mio parere
tre aree di attenzione per gli interventi di “decrescita” delle forme della politica di istituzioni,
organizzazioni e spazi più o meno pubblici: le regole di autogoverno, le modalità d’interazione tra i
nodi/componenti di un sistema d’azione (in particolare tra hub, cioè i nodi che hanno più link, e
nodi ‘semplici’), la gestione dei conflitti.
Nel dibattito promosso l’anno scorso da Carta sulle tendenze autoreferenziali degli attuali dirigenti
dei gruppi politici che gestiscono la “cosa pubblica” con relazioni orizzontali tra di essi sempre più
lontane dalle esigenze di cittadini e movimenti sociali (avviato da Revelli), è significativa la
posizione di Paul Ginsborg, che è ritornato più volte su questi temi anche in occasione dell’ultimo
dibattito pre-elettorale.
Ginsborg (cfr. Carta 2007 n. 14), a partire dall’analisi della crisi delle organizzazioni politiche
italiane, propone alcuni interessanti valori per le variabili caratteristiche delle tre aree citate sopra:
per quanto riguarda le forme di autogoverno una radicale democraticità dell’organizzazione
partitica o associativa (vs. l’incapacità di praticare al proprio interno il modello di società diversa
che si propone all’esterno); per quanto riguarda il rapporto tra ‘hub’ e nodi ‘semplici’
l’antinarcisismo dei dirigenti (vs. l’immodestia, l’autoreferenzialità, il mancato spirito di servizio e
la difesa dei propri privilegi che oggi prevale in tutti i partiti politici); per quanto riguarda la
gestione dei conflitti la nonviolenza nei comportamenti e nel linguaggio (vs. il simbolismo
militaresco e l’occupazione con i propri generali ed eserciti di ogni luogo istituzionale o interno alle
organizzazioni).
Questa riflessione è stata recentemente ampliata da Marco Revelli8 aggiungendo in pratica un
quarto valore: il senso del limite (appunto, la decrescita…).
Quindi nel proporre strategie e metodologie innovative sul terreno della partecipazione vs. la “crisi
della politica” sarebbe importante, articolare anche l’asse del come si possono applicare le varie
‘ricette politiche’ elencate all’inizio, avendo presente che “il metodo con cui si agisce condiziona il
risultato”. Ad es. non è sufficiente limitarsi alla proposta di possibili azioni comuni o contenuti
condivisi seppur avanzati nel confronto con esponenti di partiti o istituzioni che partecipano (o
vorremmo che partecipassero…) ai nostri percorsi ‘politici’; a mio parere è necessario collegare ad
essi precise richieste di metodi concretamente democratici di inter-relazione e di ‘buon governo’
degli ‘spazi pubblici’, a partire nello stesso tempo da forme ’esemplari’ di ‘democrazia continua’,
che dovrebbero caratterizzare in primo luogo le nostre pratiche di altrapolitica: ad es. il presidio
consapevole della formazione e quindi dei comportamenti dei ‘ponti sociali/hub’ nel loro rapporto
con i nodi della propria rete/organizzazione (e quindi con le altre reti…).
Bibliografia minima
Barabasi A. Laszlo, “Link”, Einaudi 2004.
Biolghini Davide, “Il popolo dell’economia solidale”, EMI 2007.
Ginsborg Paul, “La democrazia che non c’è”, Einaudi 2006.
Langer Alexander, “Una vita più semplice”, Ed. Altreconomia, 2005
Perna Tonino, “Destra e sinistra nell’Europa del XXI secolo”, Ed. Altraeconomia 2006
Revelli Marco, “Sinistra destra. L’identità smarrita”, Laterza 2007.
Rodotà Stefano, “Tecnopolitica”, Garzanti 2004.
8 Si vedano i suoi interventi ai seminari di Carta e di Lilliput del 4 aprile 2008.

Nessun commento:

Posta un commento